Rieccoci, Jo…

women

Si, rieccoci…a più di due anni dall’ultimo post (ma qualche volta la vita reale strappa quella virtuale).

Si torna, con Jo. March naturalmente (ne esistono altre?).

Esce a gennaio un nuovo Piccole Donne al cinema (se continuate a leggere, sappiate che lo spoiler è in agguato), ma che non somiglia a niente di quel che avete già visto. Dimenticatevi Wynone e Rossani Brazzi…stavolta alla regia c’è Greta Gerwig e tutto cambia. Per tornare all’origine. Tornare all’origine perchè il libro di Louise May Alcott è rispettato in pieno.  La mia Jo l’ho ritrovata sin dalla prima scena, in una corsa scatenata, capelli al vento e mani macchiate di inchiostro. Jo è energia pura, e Saoirse Ronan (che adoro dai tempi di Amabili resti) anche. Ci sono i colori, le liti, gli abbracci, la sorellanza che vince su tutto, lo spirito di sacrificio, l’America della guerra civile, la povertà e la ricchezza. Il mondo di Piccole donne c’è. Quello che ha accompagnato i pomeriggi delle baby boomers.

Essere una ragazzina negli anni ’60 voleva dire innamorarsi di Jo, odiare Amy la smorfiosa (Florence Pugh), piangere per Beth (Eliza Scanlon) e ammirare Meg (Emma Watson), che forse però somigliava un po’ troppo alle nostre mamme. Era Jo il faro. E anche il motivo per cui tante di noi hanno potuto pensare che la scrittura fosse un modo per vivere e per raccontarsi. E Greta Gerwig – la prima donna a dirigere la storia delle sorelle March- mi ha restituito, per la prima volta sul grande schermo, quelle emozioni. Anche se Amy la smorfiosa qui diventa Amy la saggia. E’ lei a rivelare a Laurie (Timothee Chamalet, che è un Laurie un po’ diverso dai miei ricordi letterari, come il Friederich di Louis Garrell, nel libro più anziano e opaco. Ma gli uomini nella vita delle Piccole Donne sono comprimari), è Amy a pronunciare un discorsetto che fa più o meno “il matrimonio è un accordo economico. Come donna non posso mantenermi da me, non posso lavorare, e quando faccio figli, saranno di mio marito, del quale porteranno il nome”. Parole che avrebbero potuto pronunciare anche mia nonna, mia madre, mia zia. Le donne di quelle case degli anni ’60 in cui sugli scaffali c’era “L’enciclopedia della donna”. E le lezioni di applicazioni tecnica a scuola erano differenziate. Alle ragazzine toccava cucire presine. Archeologia? No, l’Italia a cavallo del ’68. Quella in cui leggevamo Piccole Donne. E ci innamoravamo di Jo, alla quale perdonavamo tutto, tranne quel rifiuto a Laurie. Ci voleva Greta Gerwig, a tirare fuori i ricordi, con quel discorsetto di Amy. Che restituisce alle sorelle March la forza femminista (non è una parolaccia) prorompente che hanno sempre avuto. Il resto del film….è la conseguenza di questo, anche le variazioni che Gerwig ha impresso alla storia, ma che dovete scoprire al cinema.

 

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