Cosi lontano, cosi vicino…

Il cinema mi ha portato in luoghi che mai avrei immaginato di vedere. E non parlo soltanto dei film, grazie ai quali ho viaggiato come tutti, da spettatrice. Parlo di luoghi vicini ma lontani per il comune spettatore (Montee des Marches e dintorni), e di quelli lontanissimi ma dove ritrovare un’umanità vicina, vicinissima.

Negli ultimi sei mesi mi è capitato due volte. A Tondo, sulla più grande discarica di Manila, la Happyland dove sono arrivata viaggiando dietro ad una piccola carovana di cinema italiano (quella del Moviemov), e qui, a Mumbai, dove siamo venuti con il sodale Riccardo Ghilardi per capire qualcosa di un mondo a parte come il cinema indiano. (Un viaggio partito da un tavolino di Firenze e dall’incontro con Selvaggia Velo, il motore del River to River Festival, senza il cui aiuto…saremmo ancora a Roma).

Siamo arrivati a Mumbai, dunque. E a Dharavi, sulle tracce di The Millionaire, che veniva girato qui (più o meno) una decina di anni fa. Il titolo originario di quel film di Danny Boyle, britannico con l’intenzione di aver capito l’India, come tanti altri suoi connazionali prima di lui, era Slumdog Millionaire. E la slum del titolo era questa, una distesa dove vivono più di un milione di persone, nel centro esatto di Mumbai, eppure volutamente invisibile per la Mumbai ricca e borghese. Tranne che in periodo di elezioni, visto che in India chi va a votare sono proprio i più poveri.

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Abbiamo trascorso una giornata intera a Dharavi e non pretendiamo certo di averla capita. Ma abbiamo avuto delle buone guide. I ragazzi che si sono trasformati in guide nella loro comunità, che qui vivono e che con Reality Tours (perchè si può viaggiare anche in modo etico…) riescono a supportare i progetti Educational di Reality Gives, la ONG nella quale abbiamo trovato- ed è stata una fantastica sorpresa- anche tanti volti italiani. Bea, Leti, Luana, ragazze venute per restare un anno e che sono in India da due, tre, dieci anni. Grazie a loro Dharavi ci ha aperto le porte, le porte delle case, dei vicoli stretti, delle botteghe. L’impressione di entrare in un formicaio di attività continue ed infinite. Ci sono 10mila piccole aziende a Dharavi. Tutti lavorano. La pelle e l’alluminio, in condizioni difficilissime, la plastica, che riciclano dai rifiuti di questa gigantesca città da 20 milioni di abitanti. Dietro ad ogni finestra una macchina da cucire, perchè c’è sempre un sari da aggiustare per la vicina. Ragazzi che ci circondano uscendo dalle scuole e che non resistono alla vista di una macchina fotografica e di un paio di occidentali: domande a raffica, e se gli adulti alla parola Italia pensano con un sorriso a Sonia Ghandi, per i ragazzini è sinonimo di Ferrari e di Venezia (niente calcio, qui i sogni sportivi sono legati al cricket).

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La cosa più difficile di provare a raccontare un posto come questo, città nella città, è evitare la retorica. L’immondizia? C’è. Gli scarichi a cielo aperto? Si. I ragazzini a piedi nudi? Anche. Ma se vi devo dire che cosa mi sono portata a casa da una giornata a Dharavi, sono le persone che abbiamo incontrato. La comunità. Che c’è. E vince. Nessuna delle persone che abbiamo incontrato vuole andarsene. I ragazzi che si sposano, restano lì. E chi se ne è andato, torna. Perchè? Perchè vivere in altre zone di Mumbai con quello che guadagnano è impossibile, e perchè a Dharavi hanno un lavoro e la protezione della comunità. Sono tornata a casa con cento storie nella testa e la convinzione, ancora una volta, che per capire qualcosa, solo qualcosa, del pianeta India, bisogna dimenticarci di tutti i riferimenti che abbiamo imparato, i nostri standard non significano niente qui. E davanti alle donne, agli uomini e ai ragazzi di questa città nella città, bisogna presentarsi con umiltà, per capire senza giudicare.

Ah, per la cronaca nessuno qui ha visto The millionaire. Ci sono una cinquantina di cinema house a Dharavi. E Bollywood (non Hollywood) rules.

 

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